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martedì 4 ottobre 2011

Piano Tavola. Ricordi autonomi e saggi ginnici

A quattordici anni, poco tempo prima delle prime sigarette mattutine, si aspettava, per le vie del paese l’autobus arancione dell’Fce, diretto alla stazione di Belpasso.
La cosa, ridicola già allora, e suppongo da molto tempo prima, era che la stazione di Belpasso si trovasse a dieci km da Belpasso, in un’appendice a valle ripartita e assegnata tra quattro comuni e che oggi è al centro di una pittoresca disputa territoriale.
Il signor Bassini, rosso e baffuto autista, con occhiaie e sigaretta d’ordinanza, ci accoglieva bonario, con la sua aria da Alberto Castagna delle pendici etnee, e ci depositava dolcemente nel piazzale antistante la stazione di Belpasso-Camporotondo, nonostante la navetta avesse la dicitura Belpasso-Piano Tavola. Misteri della topografia, Bassini non aveva certo sbagliato strada.
La strada, morti violente incluse, è poco differente da quella attuale: tornanti tra le chiuse nella prima parte, un lunghissimo rettilineo che dalla Dais giungeva ai binari attraversando sciare, capannoni e frantoi, gli stessi che avevano divorato monte Cenere e la sua storia, trasformandolo in calcestruzzo e villette abusive.

La stazione, lì dal 1895 e l’annesso chiosco di ristoro, coincidevano con l’idea che avevo allora (e in parte oggi) di Piano Tavola.
Il chiosco di Orazio Scalia soprattutto. Assai meno cabinato di oggi, il ciospo poteva vantare un buon caffè, ottime bevande, un bellissimo acquario e, più di ogni altra cosa, l’inesauribile estro del capopopolo Araziu.
Affabile e gentile, con lo sguardo pulito, il baffetto mai domo e una dose infinita di battute divertenti e di storie avvincenti.
Lo ascoltavo con piacere, già da bambino, quando di ritorno da qualsiasi viaggio fuori porta, la sosta da lui era obbligatoria per un’amarena con frutta o un seltz limone e sale.
Scalia, allora esponente della Democrazia Cristiana (cfr. commenti) e (quasi) viceré di Piano Tavola, intratteneva per ore il pubblico costituito soprattutto da operai, agricoltori, viaggiatori, bigliettai e autisti.

Piano Tavola per me si esauriva in quei pochi metri quadrati.
Certo anche allora c’era dell’altro. Qualche macelleria, un barbiere che aveva inalberato l’insegna Salone, forse per confondersi meglio con l’aria da paesino del west americano che la frazione mantiene anche oggi, la chiesa senza facciata, qualche fontanella sotto il livello della strada per sfruttare meglio il principio dei vasi comunicanti.
I miei ricordi si limitano a queste poche cose. 

Forse con l’unica eccezione delle scuole elementari di via Piersanti Mattarella, in cui un Giuseppe Piana mio predecessore (don Pippinu) spadroneggiava incontrastato in qualità di capo ras dei bidelli.
La scuola, oggi intitolata al papa polacco, suppongo perché madre Teresa di Calcutta, morendo prima, avesse già avuto in dote il glorioso “Plesso centro” di piazza Duomo, disponeva di un campo da tennis regolamentare in cui il nonno bidello tentava di avviare me e mio cugino Massimo allo sport.
Evenienza sempre piacevole nei miei ricordi, se si esclude un match micidiale giocato a mezzogiorno sotto il sole di giugno e con un paio di Superga ai piedi. Non avevano ancora inventato i fantasmini. "e l' modo ancor m'offende".

Lì la littorina, con i suoi sedili di similpelle che rendevano speciale l’aria già densa di umori e odori di remoti comuni montani, ci avrebbe condotto con “fascistissimo impetuoso incedere” nel cuore di Catania, dove sarebbero iniziate le nostre giornate alla volta delle scuole o dell’avventura metropolitana.
C’erano gli aspiranti periti agrari (non da soli) che per primi si fermavano a Cibali, anche se un oscuro borrellese frequentatore dell’odontotecnico ci lasciava già a Nesima; poi scendevano, alla stazione di Borgo i futuri geometri e i futuri ragionieri del Vaccarini e del De Felice, più tutti i caliatori (in molti casi le caratteristiche combaciavano perfettamente) sfaccendati sia occasionali sia professionisti. Infine, a corso delle Province, io e pochi altri in direzione Cutelli.
La fauna giovanile che popolava i vagoni di quella ferrovia a scartamento ridotto era variegata.

Partendo da Riposto e cingendo l’Etna per 111 km totali, la Circumetnea, (a’ Ciccum) metteva insieme brontesi, adraniti, biancavilloti, paternesi, e così via, rigidissimamente compartimentati per etnia, con reciproche differenze e diffidenze.
La sezione belpassese, come le altre, era a sua volta suddivisa per età in matricole e anziani.
Il rito di iniziazione, denominato in maniera poco originale vattiu (battesimo), consisteva in una carramata o’ scuru, altro modo poco originale per indicare una pioggia di sberle assortite, da ricevere sotto la protezione di un giubbotto e, naturalmente, di un padrino, presunto curatore dei tuoi interessi,
Il mio padrino, cui da allora sono legato per vincolo indissolubile, fu un borrellese, cui ancora voglio bene, che portava il soprannome di Trappola.
L’esperienza non fu eccessivamente traumatica, ben peggiori erano gli analoghi riti da subire nelle rispettive scuole, ma, per sommo accanimento del destino, lo stesso anno cambiai scuola alla fine del primo quadrimestre, dunque le carramate furono tre (una sulla littorina, due a scuola).
Perfino la Costituzione prevede un premio per i capaci e i meritevoli, non mi sono lamentato.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

venerdì 5 novembre 2010

La festa dei morti

Comando supremo, 4 novembre 1918, ore 12.
La guerra contro l'Austria - Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.[…]

Per qualche anno, da bambino, avevo imparato a memoria il testo integrale del Bollettino della Vittoria.
Insana e patriottica passione che condividevo con Antonino Recupero, a quanto mi risulta.
Entrambi (prima lui, l’anno dopo io) fummo incaricati di leggere il testo durante la cerimonia annuale davanti al Sindaco e alle autorità. Inderogabili leggi non scritte prevedevano che la lettura fosse affidata a un pargolo in divisa scout. Probabile retaggio delle cerimonie del Ventennio in cui la lettura era affidata a un balilla, o forse perché la voce di un bambino in pantaloni corti a novembre, vibra come quella di Diaz nei vecchi altoparlanti delle radio a valvole.
Due decenni dopo, posso finalmente confessare che invidiai tantissimo Antonino.
Lui aveva letto in maniera marziale davanti al bronzeo monumento della XII Traversa, io dall’ambone della Chiesa Madre, come una qualsiasi preghiera dei fedeli, dato il nubifragio che aveva impedito la cerimonia in plein air.
La cerimonia al monumento dei caduti, forse per i programmi musical-risorgimentali della maestra Spina che contemplavano Mameli, Piave mormorava e Bella ciao, o per la lettura intensiva del libro Cuore Giunti che mi toccò in regalo, era molto emozionante.
Insieme ai pennarelli turbo color Giotto che i miei nonni mi regalavano, erano queste due cose a farmi pensare ai Morti e alla morte.
Non era tradizione della mia famiglia ricevere regali in quell’occasione.
Non avevamo morti che potessero mandarceli. Infatti iniziai ad averli da mio nonno materno quando morì suo padre e smisi di riceverli quando morì lui.
La prima settimana di novembre era interamente consacrata ai morti.
Il resto del mondo creato si accontenta del 2, commemorazione dei defunti, e del 4, anniversario della Vittoria, oggi anche del 31 ottobre, per via di Halloween, esempio concreto di come l’occupazione statunitense possa dirsi compiuta e irreversibile.
Anni fa, invece, i Morti, erano una festività composita che al suo interno aveva storie, sapori, concetti, lontananza, dolore, ricordo. Già dagli ultimi giorni di ottobre il clima risentiva di quest’atmosfera di festa malinconica.
I bar e le nonne si cimentavano nella preparazione delle ossa dei morti, biscotti onestamente appena commestibili, la cui durezza è proverbiale, ottimi come corpi contundenti nelle piccole risse tra bimbi.
Paese pirotecnico, dunque affezionato a botti e polveri piriche, Belpasso apriva la vendita di minerve, svedesi, miniciccioli e assicutafimmini (sic!) proprio ai primi di novembre, complici i due giorni di festività scolastica. Le operazioni di artiglieria si concludevano due mesi dopo, per l’Epifania, che notoriamente tutte le feste porta via.
Il cimitero, paradossalmente, prendeva vita proprio in quei giorni.
I sepolcri, per tutto l’anno aridi, polverosi e con i fiori rinsecchiti, brillavano per via delle grandi pulizie d’occasione e odoravano di fiori freschi.
I fiorai assecondavano il desiderio di riparazione dei tanti che si sentivano in obbligo di spartire mazzetti a zii, nonni, avi, cui per tutto l’anno al massimo avevano speso un “bonamma” o qualche “eterno riposo dona a loro Signore.” . E amen.
Le strade vicine al cimitero, già a partire dall’angolo tra Via Roma e u’ Stratuni (la IV Traversa lato di levante) erano punteggiate dai secchi azzurri colmi di crisantemi bianchi o gialli, gonfi come petti di colombi, che venditori improvvisati organizzavano per contendere clienti ai fiorai.
Poco oltre le colonne bianche del cimitero, a mo’ di altare della patria in sedicesimo, i necrofori posizionavano una bara vuota e la corona di fiori del Comune e dell’Associazione nazionale reduci e combattenti, in memoria del milite ignoto (nel caso specifico assente più che ignoto). Mi stupivo sempre del fatto che moltissime persone staccavano un fiore dal proprio prezioso mazzo per omaggiare una bara vuota. Oggi, sapendo che l’omaggio andava alla memoria e al ricordo dei molti mai più tornati dal loro unico viaggio fuori dalla Sicilia, mi commuovo.
Allora, invece, assolta rapidamente la distribuzione di preghierine davanti a ovali ceramizzati che ritraevano parenti mai conosciuti, ma cui pian piano si imparava a voler bene, l’attrazione principale erano i due grandi ossari poligonali. I più temerari si avventuravano a sbirciare affacciandosi dal foro di apertura, da cui nitidamente si vedevano cataste di crani, e ossa assortite.
Altrettanto gettonata nell’hit-parade dark di noi fanciulli erano i sepolcri contenenti frasi, simboli e richiami horror del tipo: "Ricordati che devi morire", "Tutto finisce", "Fummo come voi sarete come noi". Simpatici memento mori che, ovviamente, abitavano i nostri incubi per i giorni successivi.
"Due cose belle ha il mondo: amore e morte". E non serve essere romantici per cogliere il senso del pensiero di Leopardi.
Sono stati versati litri di inchiostro e pubblicate centinaia di pagine sul rapporto tra Sicilia e morte, sul lutto, sul concetto di memoria dei defunti nella società rurale.
In effetti è difficile trovare altrove un legame tanto atipico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, così intriso di greci di arabi e di magia.
La cesura del passaggio non sembra mai del tutto completata, la separazione fisica incide le carni dei vivi e si protrae nel lutto perpetuo e nel nero delle vesti, o dei bottoni per uomo, ormai quasi scomparsi, da appuntare al bavero della giacca.
Tutto sommato era una delle feste più belle.
Con generosa affettuosità, erano quelli che erano andati via a invitarci e a spedirci doni.
"Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani."
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

lunedì 16 agosto 2010

L'asilo del fumo. (Parte seconda)

Lo stesso fumo ( o quasi) gli stessi sogni e le stesse fantasie, le ricordo la sera del 17 ottobre 1997, cinque anni dopo.

Ero maggiorenne da una settimana (per i belpassesi affezionati al sacro, era l’ottava), i miei genitori in viaggio, dunque senza problemi di orario.

In una casa della IX traversa a levante, ancora una volta su sedili improvvisati, un cerchio.
Questa volta non siamo ragazzi, siamo compagni. Nell’aria c’è un’incosciente elettricità. Quella notte, il Collettivo politico Area, circolo esclusivissimo e quasi coincidente con il Partito della rifondazione comunista, occuperà la struttura devastata dell’asilo nido. Logo del gruppuscolo, stampato sull’unico volantino A5 di rivendicazione, un uovo in un portauovo minacciato da un cucchiaino. La fantasia può portare male, cantava il poeta modenese.
L’obiettivo è ambizioso ed ha anche valenza simbolica. Progettato e realizzato nella seconda metà degli anni settanta, l’asilo avrebbe dovuto accogliere (in teoria) molti di noi. Vent’anni dopo sembrava giusto risarcimento appropriarsene, per denunciarne il degrado e destinarlo a spazio di socialità giovanile. Le amministrazioni democristiane si succedevano senza apparentemente interessarsene, il nodo di collusioni e responsabilità troppo difficile da sciogliere. In più, dettaglio non da poco per pericolosi sovversivi dell’ultrasinistra locale, si vociferava insistentemente di una destinazione della struttura alla Misericordia.
Ulteriori indagini su cosa fosse e come si potesse realizzare questa socialità non vi furono, ma “scarpe rotte e pur bisogna andar”. Andammo. Una variante della sporca dozzina. Con noi un dirigente del partito, un compagno adulto, che ci avrebbe indicato il cammino.
Non ho molti ricordi di come arrivammo sul posto, ma sono quasi sicuro che andammo a piedi. Il nostro equipaggiamento consisteva di pinze, tenaglie, attrezzi vari che sarebbero serviti alla posa di una recinzione e alla sostituzione delle serrature con chiavi del popolo.
Questo il paradosso. Un’occupazione, in genere, prevede una violazione. Nel nostro caso la struttura era ampiamente violata, quindi avevamo il problema opposto. Non servivano cesoie per tagliare una recinzione, ma fil di ferro, rete metallica e tenaglie per ripristinarla. Non è un dettaglio insignificante come si vedrà dopo.
Mentre si procedeva, silenziosamente (più o meno), alla segreta manovra, pur ben illuminati dai lampioni della strada che nel frattempo era stata aperta perpendicolarmente a Via delle scuole medie e davanti a decine e decine di balconi dei palazzi di fronte, due fari nella notte spensero il nostro progetto.
Da una Fiat Uno, due carabinieri in borghese vistosamente distolti da altre occupazioni visti i loro abiti festaioli, intimarono il più banale dei “fermi tutti!”
Toni e facce, a molti note per posti di blocco e sequestri di motorini avvenuti in passato, sarebbero bastati, ma uno dei militi pensò bene di sottolineare l’ordine arma in pugno.
Assai vicini al prolasso intestinale, quasi ipnotizzati, deponemmo le armi (pinze, tenaglie) rimettendoci alle decisioni della Benemerita.
Nessuno guardò l’ora, quindi nessuno potrà smentirmi se scrivo che la gloriosa impresa si risolse in venti minuti. In realtà forse qualcuno l’orologio lo guardò (se lo vide) mentre la colonna si incamminava sotto un fitta pioggerellina verso la caserma. Il compagno anziano, forse memore di ben altre imprese, fu l’unico a incamminarsi in direzione opposta. Il seme della rivolta era salvo.
In fila indiana, seguiti dalle forze della controrivoluzione in macchina, riuscimmo a far sganciare un compagno poco desideroso di rivedere la caserma dei carabinieri e da nove, tornammo dieci piccoli indiani quando uno dei militi si unì a noi per scongiurare altre fughe.
Da Via delle scuole medie passammo per la XX Traversa (la più breve di tutte), poi dentro la Villa Comunale dove sfilammo sotto gli occhi increduli dei compagni che presidiavano i pochi stand della festa dell’Unità che era iniziata da qualche ora . Poi da lì, dopo brevi e fallimentari tentativi di resistenza passiva, conditi dalla bestemmia di un compagno (l’unico che avrà un capo di imputazione in più), passando per la Silva, arrivammo in caserma.
Il verbale ci contestava occupazione, danneggiamenti, resistenza a pubblico ufficiale.
In molti mesi di inutili firme e vani incontri in caserma, non si riuscì nemmeno a rinviarci a giudizio. Difficile contestare a chi andava per riparare l’intento di danneggiare.
I danni erano altri e non li avevamo fatti noi.
Quella sera, in caserma, eravamo tutti senza documenti, appresi il significato della parola sedicente.


Io ero il sedicente Giuseppe Piana. 

sabato 14 agosto 2010

L'asilo del fumo. (Parte prima)

La notizia era di quelle destinate a deteriorare la soglia dell’attenzione in classe per le restanti tre ore. Durante la ricreazione uno di terza parlò a noi di seconda (quelle differenze anagrafiche di pochi mesi che all’epoca delle medie contavano decenni) di un luogo quasi mitologico.
L’immagine che materializzarono le sue parole era quella di un fortino abbandonato, di facile conquista, colmo dei tesori a noi più cari: il fascino del proibito e il desiderio di avventura.
Con un fittissimo scambio di bigliettini che il nemico, l’assai miope professoressa di lettere, non intercettò, si decise un primo sopralluogo al suono della campanella.
Avevo già notato la meta della nostra esplorazione. Ai margini della strada che percorrevo ogni giorno, a venti metri dalla scuola. Una struttura bassa, di un piano, bianca, con le pareti scrostate e una decorazione di sottili linee parallele dipinte sulla facciata, finestre senza vetri, cancelli inesistenti, una vegetazione selvaggia intorno.
Al suono della campanella, saltando l’immancabile tappa al botteghino per comprare caramelle e gelatine dai colori improbabili e facendoci largo tra le auto ordinatamente imbottigliate, raggiungemmo quello che era, era stato, l’asilo nido. 
Anni dopo avrei saputo che non era mai entrato in funzione, quindi sarebbe più corretto dire quello che avrebbe potuto essere l’asilo nido del paese.
Eravamo in cinque, sei con la nostra guida, il ragazzo di terza già esperto del luogo. L’emozione si sciolse nella delusione.
 Il sole entrava netto dalle finestre divelte del prospetto sud. Il pavimento era interamente coperto da cocci di vetro che scricchiolavano sotto le scarpe. 
Varcato l’ingresso, attenti a non tagliarsi con il ferro arrugginito del portoncino, si entrava direttamente in una stanza enorme su cui si aprivano, allineate, molte porte. Porte che erano variamente decorate: scritte all’uniposca, buchi di calci, pugni, pietrate, piccole e grandi bruciature.
La guida si dedicò con perizia, seguito da due di noi, al tiro al bersaglio verso la lastra di vetro superstite di una finestra. Il rumore dei cocci infranti rimbombava nel vuoto assoluto del camerone. 
Anche le altre stanze avevano il pavimento vetrato, grossi buchi nei muri, tubi dell’impianto idraulico staccati, lavandini e water ridotti in pezzi, plafoniere penzolanti dal soffitto. Ovunque macerie, spazzatura. Un gatto morto rendeva inavvicinabile uno dei bagni con i water minuscoli, lasciati lì da chi non avrebbe saputo cosa farsene. Tutto il resto era stato diligentemente estirpato e portato via.
L’assalto all’asilo nido fu una delusione. Niente di diverso da ciò che si trovava abbondantemente nelle case di campagna e nelle masserie devastate che già praticavamo.
Continuammo a frequentarlo. Gli appassionati del genere si dedicavano coscienziosamente alla demolizione: fionde, pallonate, piccoli incendi esaltavano la loro opera, altri vi creavano nascondigli per il bottino di furtarelli scolastici o di fumetti che era meglio non portare a casa. Infine arrivarono i pacchetti da dieci di Merit e il luogo assunse i connotati del fumoir. In una classe, la più sgombra e meno cadente, creavamo un cerchio di sedili improvvisati e una dopo l’altra fumavamo, con boccate goffe e caricaturali (che non ci impedivano poi di vomitare) tutte le sigarette di un pacchetto comprato con i soldi di una colletta.
Ci sentivamo grandi, le nuvolette azzurrine, i cerchietti e le prodezze di chi già aspirava, il fumo che saturava la stanza, impregnava i nostri sogni e le nostre fantasie [...]

venerdì 23 luglio 2010

Belpasso, 23 Luglio 2010

Da bambini, alle elementari, dopo aver scritto in bella grafia “Belpasso”, seguito dalla data del giorno, la maestra dettava le nozioni fondamentali sul paese.
Nel 1988, a quanto risulta da un quaderno logoro di allora, Belpasso doveva essere un ridente paese alle falde dell'Etna (chi non ha sentito con sicura certezza questa definizione almeno una volta?) di undicimila abitanti. 
Vi si coltivavano mandorli, ficodindia, ulivi, viti, alberi da frutta. 
Aveva impianti industriali nel settore dei dolciumi (e per darcene prova si andava in visita di istruzione agli stabilimenti Condorelli, cui si accedeva da un vialetto alberato, a destra della sala ricevimenti) e in quello molitorio, che mai avremmo capito essere le cave in cui si estraeva e si macinava la pietra lavica.
La maestra dettava con voce limpida per farci distinguere bene sillabe e doppie:
“È’ stato fondato dopo il terremoto del 1693 che aveva distrutto Fenicia Moncada, il precedente paese, che a sua volta era stato costruito dopo la distruzione di Malpasso nel 1669.
Il simbolo del paese è la Fenice, un uccello mitologico capace di rinascere dalle proprie ceneri, proprio come aveva fatto il paese in più di un’occasione.”
La descrizione proseguiva con i riferimenti a S. Lucia, patrona del paese, alle principali feste, al noto carro armato del miracolo, quello del “compromesso storico tra Matrice e S. Antonio”.
Perché, mentre si iniziava a capire di greci e di romani, la mia maestra (e non ho motivo di dubitare sulle altre) sentiva il bisogno di parlarci di viti e di ulivi, di Fenicia Moncada e di Condorelli?
Il dettato, certo, aveva la sua funzione didattica, ma avrebbe potuto dettare un brano di letteratura per ragazzi o la storia dello sbarco dei Mille.
Non era ancora di moda l’attuale parola d’ordine dell’attenzione per il territorio, né si avvertivano venti autonomisti.
Lo faceva perché la scuola che aveva frequentato e nella quale trenta e più anni dopo insegnava, era molto attenta alla geografia. E non solo a quella fatta con le cartine mute o con la carta velina su cui riportare confini monti e fiumi, da colorare poi sul quaderno. 
A lei interessava darci delle coordinate per orientarci.
Insegnarci gli strumenti utili, stimolare l’osservazione, instillare un senso di appartenenza e di identità.
Facendoci conoscere in astratto il paese, ci dava le chiavi di lettura necessarie per comprenderlo nel concreto: il suo calendario (le feste e le stagioni), i suoi abitanti ( i mestieri, le ricchezze e le povertà), i suoi tesori (la terra, il paesaggio).

Sarebbe un esperimento interessante oggi, mettere insieme le pagine di quei quaderni belpassessi, le varie generazioni di temi, i dettati, i pensierini, per annotare le evoluzioni e scoprire variabili e costanti.

Non so, credo di sì tuttavia, se ancora oggi i bambini di Belpasso apprendano questi dati. 
Non quelli del 1988 ovviamente, anche perché il quadro è profondamente mutato.
Certo ancora adesso si inizierebbe scrivendo il nome Belpasso e la data. E poi?

È ancora ridente il paese? È meglio parlare di cittadina? Si è trovato un modo meno astruso per dire alle “falde” dell’Etna?
Olio, vino, mandorle, fichidindia, sono ancora frutti di questa terra? E, se sì, le loro produzioni sono aumentate come il numero degli abitanti? Le chiuse, gli appezzamenti che dai margini del quartiere S. Antonio arrivavano alla Dais devono produrne ettolitri e tonnellate se servono così tanti capannoni agricoli. No?
Torrette, muri di pietra a secco, terrazzamenti, tendono a scomparire. Ciò che un tempo era una risorsa per l’agricoltura, senza i quali era impossibile coltivare i terreni pietrosi, oggi potrebbe esserlo ancora, anche per il turista, per cultura, paesaggio, tipicità.
Le falde e le pendici, i fianchi delle colline sono sventrati e feriti dall’incapacità di programmare e dagli appetiti dell’oggi. I pochi resti degli insediamenti storici rimangono sepolti da rovi e lentisco, quando non spariscono sotto i denti delle ruspe.
Perfino la scacchiera di cui tutti si gloriano, amministratori in testa, si sta sfilacciando sempre di più, perdendo il suo senso, se non razionale, quanto meno estetico.
Condorelli di certo non è più in quel piccolo stabile a ridosso dei magnifici saloni. Ma oggi i saloni sono un supermercato e in quel vialetto, ne sono quasi certo, nessuno raccoglie più i funghi che spuntavano ai margini della stradella. 
Spero possa ancora sentirne il profumo il cavaliere.
Le cave continuano a estrarre e a macinare pietra, forse lo fanno anche dove non potrebbero, però grazie a loro quella che chiamano la città del tempo ritrovato, e che invece è un centro commerciale, è sorta, con tutta la sua imponenza. E ca va sans dire, la città cresce.
S. Lucia esce ancora due volte l’anno dalla sua cameretta per i tanti cittadini che la acclamano, ma è curioso che dopo trecento e più anni di protezione su questo paese, non sia ancora riuscita nel miracolo di aprire gli occhi ai suoi devoti.
In vent’anni il ridente paese è diventato la città che cresce. Ve ne siete accorti?

giovedì 22 luglio 2010

Sipario


Inauguro con molto piacere e con una certa emozione questa rubrica dedicata a Belpasso.

Ringrazio la redazione di Sciara che, nella persona di Antonino Recupero, mi ha proposto di mettermi alla prova scrivendo del paese, dei suoi luoghi, delle sue storie.


Ho scelto U viulinu di Peppi come titolo, perché ha in sé il principio che mi sono posto accettando la proposta. 
Peppi, naturalmente, è quel Giuseppe Vitaliti, rimasto nelle scarsissime cronache e nella leggenda paesane come Peppi i’ Mappassu *.
La sua foto mentre suona il violino è nell’immaginario dei belpassesi, quanto un’immaginetta sacra.
Della sua vita si sa poco e quel poco è bastato a renderlo personaggio. 
Di lui si ricordano pochi aneddoti, dai quali emergono la semplicità dell’uomo, la schiettezza (“Ma ricotta brigaderi"), la sensibilità, il disagio della vita per strada.

Doti che, non possedendo in quell’abbondante misura, proverò almeno a descrivere.

Il violino, che forse non sapeva suonare, è simile alla penna che presuntuosamente ho scelto come strumento. Altrettanto versatile, che è capace di incantare, così come di irritare.

Farò del mio meglio per non annoiarvi. Tra tutti gli esiti possibili credo sarebbe il meno buono.
Con una frequenza regolare, spero bimensile, la rubrica si occuperà dunque di storie belpassesi, correnti e passate, grazie al contributo dei pochi amici che con me hanno il piacere di chiacchierare e di condividere questo stravagante interesse per il ricordo, per la memoria e la trama di rette e di traverse intersecate da più di trecento anni.

Trattandosi di un rubrica ospitata da un blog sarà possibile pubblicare dei commenti. Non è mia abitudine sottoporli a vaglio preventivo, dunque saranno pubblicati automaticamente. 
Spero possano rivelarsi uno strumento utile e non una sgradevole occasione per fare pollaio. Tenetevi dentro i limiti del buon senso e della civile conversazione.

Buona lettura.


* "Una sera Peppi aveva fame, come sua abitudine vide che la porta della dispensa di proprietà di Don Pasquale Crispino, era aperta senza pensarci due volte entrò e siccome all'interno vi erano tantissime pezze di formaggio  ma soprattutto ricotta, cominciò a mangiare , Don Pasquale sentendo dei rumori e credendo di essere derubato, chiudette la porta a chiave e scappò di corsa a chiamare i carabinieri, ma il brigadiere arrivato sul posto , per lo stupore di tutti, trovò Peppi imbrattato di ricotta che mangiava, il quale sorridendo esclamò " Ma ricotta, brigaderi."  (http://web.tiscali.it/prolocobelp/peppi%20mappassu.htm)